Beyond the Border – Giorno 2

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Sabato 2 luglio 2016

Visto com’era stato il tempo nei giorni precedenti, pensavo che avrei dovuto fronteggiare nuvoloni e pioggia anche durante i giorni del festival. Invece, le preghiere innalzate da storytellers e partecipanti a ogni divinità conosciuta devono avere fatto effetto e sabato splendeva il sole (che significa anche che mi sono sbruciazzata la faccia, ma questo è un dettaglio irrilevante).

Per la prima performance della giornata ho deciso che sarei andata a sentire Guto Dafis, che si esibiva nel Blue Garden, un quadratino di tappeto erboso su cui si affaccia un porticato evocativo, perfetto per uno spettacolo di storytelling. Il piano era di rimanere lì per una mezz’ora e poi spostarmi nel Pavillion per “The girl who became a boy” con Jo Blake Cave e Laura Pocket.

Ma quando mi sono seduta, ho tolto le scarpe e poggiato i piedi nudi sull’erba fresca di mattino, i raggi del sole addosso, il cielo azzurro e la musica di Guto nell’aria, non ho più trovato la forza di alzarmi e sono rimasta lì fino alla fine dello spettacolo.

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Guto Dafis (Foto di Ray Edgar)

Guto Dafis è un cantautore gallese e il suo repertorio comprende canzoni in inglese, in gallese e in bretone. La sua musica e i suoi testi sono una commistione di vecchie e nuove melodie, di storie folk intrecciate a racconti autobiografici. La fisarmonica di Guto e le sonorità delle lingue celtiche creano una mistura ipnotica al cui fascino è difficile sottrarsi (come dimostra il fatto che sia rimasta ad ascoltare per un’ora musica di cui non capivo il testo).

Per il concerto a cui ho assistito, Guto Dafis era accompagnato alla chitarra da Danny Kilbride. Oltre a essere un musicista, Kilbride è anche uno dei fondatori e attuale direttore di TRAC, organizzazione no profit impegnata nella salvaguardia e nello sviluppo della musica folk in Galles. (Ho messo il Like alla loro pagina Facebook ma tutti scrivono in gallese … Mi sa che dovrò impararlo. 😉 )

Dato che i miei piani erano cambiati, ho rivoluzionato il mio programma per la mattina e scelto come secondo spettacolo del giorno “Bed of Arrows” (“Letto di frecce”) di Tim Ralphs, che veniva presentato in anteprima mondiale (World première).

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Tim Ralph

Tim Ralphs è una delle promesse dello storytelling britannico ed ero molto curiosa di vederlo all’opera. Ha trentaquattro anni (ma è una di quelle persone la cui età apparente oscilla tranquillamente fra i diciotto e i quaranta). Nel 2007 ha vinto il premio come Young Storyteller of the Year e nel 2012 un British Award for Storytelling Excellence. Le mie aspettative erano alte.

“Bed of arrows” è un intricato intreccio di varie storie tratte dall’opera indiana Mahabharata (l’India era uno dei temi del festival) che lui ha saputo intessere con grande abilità. Lo spettacolo inizia con il racconto di un episodio che ci porta a un’immagine, fortissima e coinvolgente: Bhisma, guerriero e saggio, infilzato da decine di frecce su cui il suo corpo rimane sollevato.

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In questa cornice, Tim Ralph immagina un dialogo fra Bhisma e Shikhandi, entità uomo e donna allo stesso tempo, e le storie che seguono mostrano come tutti gli avvenimenti importanti della loro vita e delle persone intorno a loro abbiano portato a quel momento.

Questa narrazione abbraccia anche un altro tema del festival, quello dell’identità sessuale, e lo fa in un modo bellissimo e commovente. In un post nel suo blog, Ralph spiega che l’idea di raccontare proprio questa storia gli è venuta mentre era in India, a un festival di storytelling. Aveva deciso di raccontare “Ser Gawain and the Green Knight” (Ser Gawain e il Cavaliere Verde) e, arrivato al momento in cui Gawain e Bertilak si scambiano un bacio come parte di un rituale cortese, la tensione si era fatta palpabile. Solo allora Ralph si era ricordato che l’omosessualità in India è considerata illegale. Il pubblico, però, lo aveva piacevolmente sorpreso accogliendo la scena con risate e un senso di sollievo per avere sdoganato quel tabù (che non dovrebbe essere un tabù).

Alla maestria con cui ha intessuto i racconti, si aggiunge l’abilità di Ralph di narrare in modo naturale eppure convincente e forte, abilità che solo un talento naturale e un’integra voglia di comunicare con il pubblico possono garantire. Tim Ralph sta sul palco e racconta davanti a duecento persone, ma all’uscita dal teatro la sensazione è quella di avere trascorso l’ultima ora seduti su un divano a sentire un amico raccontare favole. Nonostante la ricchezza delle immagini che sa evocare, Ralph è essenziale nella presentazione della performanceunico oggetto in scena, un tavolino con sopra un cuscino. Inoltre, si è dimostrato estremamente rispettoso delle proprie fonti, facendo distribuire all’ingresso in sala un foglietto con spiegazioni sugli adattamenti, le risorse usate e un ringraziamento a chi lo ha aiutato nella creazione del pezzo.

Sicuramente da oggi Tim Ralph è uno storyteller a cui guarderò con ammirazione.

Dopo “Bed of Arrows” mi sono diretta verso il Big Top, un grande tendone da circo a strisce rosse e gialle, per vedere Daniel Morden e Hugh Lupton in “Prometheus The Maker” (Prometeo, il … facente? Come si traduce Maker? Artigiano plus? Quello che fa cose con le mani, insomma). Anche qui, alte aspettative.

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Hugh Lupton (sinistra) e Daniel Morden (destra)

Daniel Morden è attivo come storyteller professionista dal 1989 e famoso in tutta Europa, in particolare per le performances come The Devil’s Violin in cui le parole si fondono con la musica d’archi. Morden è anche scrittore e i suoi libri hanno ricevuto vari premi. Hugh Lupton (vi prego cliccate sul nome e visitate il suo sito perché è qualcosa di fantastico) è uno dei padri dello storytelling revival britannico. Attivo come storyteller dal 1981, inizialmente lavora principalmente con spettacoli per l’infanzia. Poi nel 1985 si unisce a Ben Haggarty e Pomme Clayton per creare la Company of Storytelling con l’obbiettivo di sdoganare la narrazione orale dai pregiudizi che la vogliono “cosa per bambini” e portare le storie a un pubblico adulto.

Morden e Lupton sono un duo affermato ormai, conosciuti per le loro narrazioni della mitologia greca. Mentre li osservavo raccontare la storia di Prometeo, quello che mi ha colpito di più è stata la fluidità con cui riuscivano a far passare la storia dall’uno all’altro senza mai far perdere il filo della narrazione al pubblico. Uno dei rischi quando si racconta una storia in due è che il passaggio da un narratore all’altro faccia perdere i riferimenti al pubblico, con l’ovvia conseguenza di creare confusione e fargli perdere il senso del discorso. Morden e Lupton hanno raccontato per un’ora e io non ho mai avuto dubbi su quello che stava accadendo nella storia. Nonostante le voci e gli stili diversi, riuscivano a creare un mondo unico, in cui si muovevano entrambi con agilità. Un altra cosa che mi ha colpito è la ricchezza delle immagini che riuscivano ad evocare. Forse perché avevo appena finito un workshop sull’argomento, ma ho notato con quanta precisione riuscissero a scegliere due o tre elementi per dipingere una scena e farne un’esperienza completa, in cui tutti i sensi erano coinvolti.

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Martin Maudsley

Dopo la storia di Prometeo, mi sono spostata nel tendone più piccolo lì accanto, per ascoltare Martin Maudsley raccontare la storia di “Wayland Smith”. La performance era pensata per essere piuttosto breve, mezz’ora soltanto, e nel contesto informale della tenda che fungeva anche da bar, con tanto di bancone e spine della birra. Nonostante questo è riuscita a essere incisiva e incantevole, grazie anche all’accompagnamento musicale al violoncello di Ruth Wakefield. Devo confessare, poi, che questo spettacolo prevedeva la traduzione in British Sign Language e l’interprete era bravissima e non riuscivo a non guardarla. Molti anni fa ho studiato la LIS, Lingua Italiana dei Segni. Ho dimenticato quasi tutto e la BSL è diversa dalla LIS, ma sono riuscita a capire alcune parti e vedere la traduzione in BSL di una fiaba mi ha ricordato quanto possano essere poetiche le lingue dei segni.

Sono quindi tornata nel tendone rosso e giallo per assistere alla performance di Robin Williamson, un vecchino adorabile dai lunghi capelli bianchi che nella sua biografia ha sia la parola “bardo” sia la parola “irlandese” e quindi io non potevo certo mancare.

Per tutta l’ora seguente, ho guardato questo omino allampanato suonare un’arpa celtica più grande di lui, cantare e raccontare la storia prevista dal programma (“Govaneen Cow and the cow Glas Glaven”, cioè “Govaneen Mucca e la mucca Glas Glaven”) come fosse seduto al bar con gli amici e l’ho adorato per questo.

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Robin Williamson negli anni Sessanta, quando suonava nella The Incredible String Band

Williamson è attivo come cantastorie (nel senso proprio che le canta) dagli anni Settanta, quando faceva parte della The Incredible String Band, una delle band folk più influenti del tempo nel Regno Unito. Dopo una lunga carriera nella musica, ha abbracciato lo storytelling venendo nominato addirittura Honorary Chief Bard del Order of Bard, Ovates and Druids.

Robin Williamson racconta proprio come immagino debba raccontare un bardo: accompagnandosi con l’arpa, alternando musica e parole, chiedendo l’intervento del pubblico per rispondere/cantare/battere le mani, saltellando da una storia all’altra, da un fatto all’altro, e soprattutto lasciando il finale in sospeso “che ve lo racconto domani se venite allo spettacolo”. Così immagino facessero i bardi, per cui raccontare storie era un mestiere e che puntavano non a “fare gli artisti” ma a intrattenere la propria corte e a farlo bene, incuriosendo le persone, imbonendole, accattivandosele, nel costante tentativo di tenere la testa attaccata al collo.

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Robin Williamson oggi, con la moglie Bina

Per il finale, Williamson ha invitato sul palco la moglie Bina con cui si esibisce spesso come duo musicale. Fra le loro recensioni si legge la frase “Pure beauty through simplicity” (Pura bellezza attraverso la semplicità), firmata da Robert Plant (hai detto niente).

Dopo Williamson, ho cenato (le storie saziano lo spirito e il cuore ma ogni tanto ci vuole anche un bel panino) e poi mi sono diretta verso il teatro del St Donats Arts Center per “Metamorph”.

“Metamorph” (Metamorfosi) è uno spettacolo commissionato direttamente dal Festival a Mats Rehnman, svedese, storyteller molto acclamato nelle precedenti edizioni di Beyond the Border. Per questa performance Rehnman ha collaborato con la musicista Emma Reid, che nello spettacolo suona violino e viola, e interagisce con il narratore e con la storia.

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Mats Rehnman e Emma Reid

La peculiarità di questo spettacolo, e quello che mi ha spinto ad andare a vederlo, era la presenza di elementi di digital art in accompagnamento alla narrazione: mentre raccontava, Rehnman teneva in mano un tablet e, di quando in quando, accompagnava la narrazione con il disegno di alcuni elementi. L’immagine sul suo schermo veniva proiettata in tempo reale sulla parete dietro di lui permettendogli di ottenere vari effetti.

Ancor prima di andarlo a vedere, avevo sentito varie critiche a questo spettacolo. La più diffusa quella che diceva che tenere il tablet in mano inibiva i movimenti (e quindi la forza narrativa) dello storyteller. Devo confessare che questa critica era fondata: c’era una certa “impacciataggine” nel modo di raccontare di Rehnman e le lunghe pause per disegnare e raggiungere l’immagine desiderata, nonostante fossero riempite dalla musica del violino, sono risultate talvolta noiose e deleterie per il ritmo della storia e il coinvolgimento del pubblico. Comunque sia, da dottoranda in Digital Humanities e appassionata di tecnologia, ho molto apprezzato questo esperimento. In particolare, mi è piaciuta l’interazione fra proiezione e figura umana, nei momenti in cui la musicista si trovava sul palco e, sui suoi vestiti bianchi, Rehnman disegnava linee colorate che la rendevano parte del grande quadro alle sue spalle.

Per concludere in bellezza il secondo giorno di festival, sono andata a vedere “Angerona”, spettacolo di storytelling di e con Paola Balbi e Michael Harvey. “Angerona” parla di stupro, violenza e silenzio. E’ ispirato dal poema di William Shakespeare “The rape of Lucrece”, scritto presumibilmente nel 1594: in quell’anno, la peste infuriava a Londra e tutti i teatri erano stati chiusi, ma Shakespeare e la sua compagnia dovevano pur lavorare, guadagnare, sopravvivere; così il bardo si mise a scrivere un poema lungo, che poteva essere recitato da un organico ridotto della compagnia e in una villa privata invece che in un teatro. Si tratta di una delle opere probabilmente meno famose, eppure dotata di incredibile fascino.

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Michael Harvey in “Angerona”

Paola Balbi è una storyteller di fama internazionale, fondatrice e direttrice della compagnia romana di storytelling Raccontamiunastoria e colei che ha portato lo storytelling revival in Italia. Prima di tutto ciò, si è formata come attrice shakesperiana e la sua conoscenza del bardo e del suo lavoro è davvero capillare. Lei e Michael Harvey, storyteller di origini scozzesi ma trapiantato in Galles, hanno lavorato alla preparazione di questo spettacolo per tre anni, con sessioni di lavoro intensive in Italia e nel Regno Unito. Dal loro lavoro è scaturito lo spettacolo “Angerona” ma anche un workshop, in cui si esplorano le possibilità offerte dall’incontro fra i testi di Shakespeare e le loro caratteristiche strutturali con lo storytelling. Questo workshop è stato proposto come parte della Summer School del Festival e io vi ho preso parte (ne scriverò presto).

Io e i miei compagni di corso eravamo molto emozionati quando ci siamo presentati all’ingresso del teatro. Avremmo visto la materializzazione di quanto avevamo studiato e praticato nei tre giorni precedenti.

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Paola Balbi in “Angerona”

Balbi e Harvey hanno deciso di iniziare lo spettacolo all’esterno del teatro. Il racconto del dramma di Rea, sacerdotessa stuprata e poi sepolta viva, madre di Romolo e Remo, è stato reso ancora più commovente e suggestivo dalla presenza del castello, dal vento freddo che scompigliava i capelli di Paola, dalle candele disposte a terra. Dalle porte socchiuse del teatro, arrivava il canto di una chitarra elettrica, suonata da Davide Bardi (direttore, con Paola, di Raccontamiunastoria) che si è occupato dell’accompagnamento musicale.

Quando la narrazione si è spostata all’interno, si è entrati nel vivo del dramma di Lucrezia. La tensione in sala era palpabile. La storia viene portata ad un tale livello di intensità che non si ha più il coraggio di muoversi, si smette quasi di respirare.

Fin dall’inizio della storia, versi di Shakespeare sono incastonati nella narrazione. Gli elementi shakespiriani aumentano e aumentano fino a esplodere in una scena potentissima in cui il pentametro giambico la fa da padrone e i corpi dei narratori danzano in una coreografia brutale e coinvolgente.

E’ un tipo di storytelling diverso da tutto ciò che avevo visto nella giornata. Un lavoro di cesello che Balbi e Harvey hanno fatto sulla storia ma anche su loro stessi, per diventare non solo canali ma vere incarnazioni delle loro parole.


[English Translation – English is not my first language so if you notice  mistakes, feel free to point them out in a comment to this post. I really appreciate your help. 🙂 ]
Saturday July 2, 2016

The weather had been terrible the whole week, so I expected clouds and rain for the festival. But storytellers and participants alike must have been praying to their gods and the first day of festival was blessed with sunshine (and I ended up with a sunburnt face, but let’s not waste time on small details).

I chose to kick off the day with Guto Dafis’s performance in the beautiful and evocative Blue Garden. My plan was to enjoy Guto’s music for half an hour and then move to the Pavillion for “The girl who became a boy” by Jo Blake Cave and Laura Pocket. Then something happened: I was sitting there, kissed by the sun, my bare feet on the green wet grass, blue sky above me and Guto’s music in the air, and I felt so relaxed and serene that I decided to stay for the whole show.

Guto Dafis is a Welsh songwriter and he sings in English, Welsh and Breton. His music and lyrics are a mixture of melodies new and old, where folk tales meet autobiographical anecdotes. Guto’s accordion and the sound of the Celtic languages cast a spell on the audience and it becomes impossible to leave (proof be that I spent one hour listening to those songs without getting a word from the majority of them).

Guto Dafis was supported by Danny Kilbride and his guitar. Kilbride is not only a musician, but also founder and director of TRAC, a no profit organisation working to preserve and enhance folk music in Wales.

After Guto’s concert, I reworked my plan for the day and decided to attend the world premiere of “Bed of arrows” by Tim Ralphs.

Tim Ralphs is a young but already well-known British storyteller and I was very curious to see him perform. He is thirty-four years old (but he is one of those magical creatures who looks like he can not age). In 2007 he won the award as
Young Storyteller of the Year and in 2012 he won a British Award for Storytelling Excellence. My expectations were sky high.

“Bed of arrows” gathers different stories from the Indian Mahabharata (India was one of the festival’s themes) and intertwines them in an elaborate and clever way. The telling starts with an emotional and strong image: Bhisma, warrior and wiseman, pierced by so many arrows his body lays lifted above the ground. In this setting, Ralphs imagines a dialogue between Bhisma and Shikhandi, creature who is both male and female. They talk and talk about their lives, slowly unfolding the many episodes which lead to that moment.

This performance adresses also another one of the festival’s themes, that of gender
identity, and it does so in a moving and delicate way. In a blog post dated June 17th, Ralph explaines he had the idea for this performance when he was in India:

“On 6th February this year, I was in India for the Kathakar International Storytelling Festival. […] I told the story of Sir Gawain and the Green Knight. I hadn’t planned on telling it […] There’s a moment in the story where two men kiss. It’s part of an elaborate, courtly game […] I’ve told this story a lot in the UK and it’s always hard to get the right tone at that moment. But in Delhi that night there was palpable tension and joyous relief. Laughter, yes, but it didn’t feel homophobic. Instead, it felt like we had shared something, had stepped into a taboo place and found that it was not as dangerous as we’d thought. I didn’t know at the time but while I was packing for the flight to Delhi the Indian Supreme Court had announced that it was going to investigate decriminalising the laws which make homosexuality illegal. The penal code, a product of the British Raj in India, has been the subject of much back and forth over recent years. That was the background against which Gawain and Bertilak pressed their lips together.”

Then he adds “In a few weeks time, I’ll be telling The Bed of Arrows at The Beyond the Border Storytelling Festival. [… It’s a collection of stories from The Mahabharata, an imagined dialogue between Bhisma and Shikhandi after the war is over. At its core, it’s a story about gender identity and transition. About the way the world changes and old institutions – glorious, powerful, magnificent but brutal institutions – collapse and shift.”

To his ability to edit and intertwine stories, Ralph adds a natural talent which makes his way of telling honest and compelling at the same time. I think his strength comes from his genuine desire for communication with the audience. I was sitting in a theatre with two hundred people but I felt like I was sitting on a couch with an old friend telling me a story. He is able to evoke epic images but he does so without the help of objects or grand gestures. Moreover, he proved to be extremely respectful of the stories he tells: at the door, every member of the audience was given a leaflet explaining how he worked on the original sources and thanking the ones who helped him in the process.

(It is pretty clear I have developed a solid admiration for the guy.)

After “Bed of arrows” I went to the Big Top to see Daniel Morden and Hugh Lupton in “Prometheus The Maker”. Again, high expectations.

Daniel Morden has been working as professional storyteller since 1989 and is famous all over Europe, particularly for his performances in The Devil’s Violin, where words meet music. Morden is also an award-winning writer.
Hugh Lupton (visit his website ‘cause it’s great) is one of the fathers of British storytelling revival. He has been working as storyteller since 1981, starting with children shows and then moving to mythology. In 1985 he joined Ben Haggarty and Pomme Clayton in the creation of the Company of Storytelling with the aim of taking storytelling to adult audiences.

Morden and Lupton are a well-known duo, popular for their tellings of Greek myths. While I was looking at them telling the story of Prometheus, I was striked by their fluidity while alternating in the narration. When there is more that one storyteller involved, the narrative might come out fragmented, the audience might lose references and misinterpret or miss what is being told. Morden and Lupton’s performance lasted for one hour and never, even for one second, I lose cognition of what was happening in the story. They had different voices and different styles but they blended them in one world, where they both moved with sure feet. The images they evoked were rich, brought to life with only two or three elements carefully chosen. Maybe because we talked about that during the Summer School, but I realized how much those images were directed to all senses, in order to create an enveloping atmosphere.

After Prometheus, I moved to the venue next to the Big Top to see Martin Maudsley tell the story of “Wayland Smith”. The performance was a short one, only half an hour, but nonetheless trenchant and fascinating. The cello music played by Ruth Wakefield expanded the story and took it out that beer tent and above, to the sky. Also, I must add I could not take my eyes off the BSL interpreter. I studied the Italian Sign Language, and LIS and BSL are different, but I could follow her signing while listening to Maudsley’s voice. For me, the sign language added an extra level of poeticity to the performance.

I went back to the Big Top for Robin Williamson, an adorable white-haired man whose biography includes both the word “bard” and the word “Irish”. I couldn’t miss it.

In the next hour, I watched as this lanky man played a Celtic harp bigger than him, sang and told the story of “Govaneen Cow and the cow Glas Glaven” as if he was at a pub with his friends. And I loved it.

Williamson has been singing stories since the Seventies, when he was a member of The Incredible String Band, one of British most popular folk bands of the time. After a long career in music, he devoted his talent to storytelling and has been nominated
Honorary Chief Bard by the Order of Bard, Ovates and Druids.

Robin Williamson performs as I imagine a bard should perform: playing the arp, alternating music and words, asking the audience to sing/clap/answer questions, going from one story to the other, from one anedoct to the other, leaving the end for “tomorrow I’ll tell you if you come to the show”. This is how I imagine bards in the ancient times: their aim was to maintain their head on their shoulders, therefore entertain the audience and please the local Lord. They probably could not care less of “making Art” for the sake of Art or of their egos.

For the finale, Williamson invited his wife Bina to join him on stage and they sang a song together. They often perform as musical duo and their description in the festival’s booklet says they have been described as “Pure beauty through simplicity” by (wait for it) … Robert Plant.

Stories are food for heart and mind, but the belly claims its part sometimes, so after Williamson’s performance, I grabbed a bite and headed for St Donats Arts Center to see “Metamorph”.

“Metamorph” was commissioned by Beyond the Border itself to Mats Rehnman, a Swedish storyteller who had performed at the festival previously. Rehnman collaborated with musician Emma Reid, who plays cello and viola during the performance, interacts with the storyteller and the story.

The peculiarity of this show, and what intrigued me the most, was the presence of digital art in combination with the storytelling: while narrating, Rehnman was holding a tablet in his hand and drawing on it, the tablet’s screen projected on the wall behind
the stage. There were drawings to accompany the story but also more abstract interactions between the projection and the performers.

Before seeing it, I heard some people criticizing the show, saying that holding the tablet restricted the storyteller, not allowing him to fully engage with the narration. I have to say I agree with this comment: the tablet but also the long pauses he took to draw, slowed down the pace of the storytelling, and sometimes this loss in rhythm was not counterbalanced by an addition in meaning. However, I thought it was an interesting and brave experiment and I would be curious to see more attempts like this. I particularly appreciated the digital art when it was in interaction with the performers. Those moments were beautiful and highly effective.

It had been a long and rich day and I closed it with “Angerona”, a storytelling performance by and with Paola Balbi and Michael Harvey. “Angerona” explores themes as rape, violence and silence. It has a raw core which has been smoothed, but still resonates. It is inspired by William Shakespeare’s “The rape of Lucrece”, written presumably in 1594: that year, all London’s theaters were shut down because of a plague epidemy, and Shakespeare had to found a new way to earn a living, so he wrote this long poem: it could be performed by a small group of actors and did not require a theatre stage. A large room was enough for it and British aristocracy houses had many large rooms. It is one of his less known works, but nonetheless a remarkable one.

Paola Balbi is an Italian storyteller but has been performing in many international festivals. She is founder and co-director of Rome’s storytelling company Raccontamiunastoria and the initiator of the storytelling revival movement in Italy. She studied Shakesperian acting in the UK and infuses it in her storytelling. Michael Harvey was born in Scotland but has been living in Wales for many years. He has been working in a variety of settings and performed in festivals both in the UK and abroad.
Michael and Paola have been working on this project for three years, with intensive work sessions in Italy and in the UK. This effort translated into “Angerona” and into a workshop, where they explore how Shakespeare’s texts, their original sources and storytelling can interact and enrich each others.
This workshop was offered by Beyond the Border as its Summer School and I had the honour to take part to it. So that night, I was there with my workshop fellows, and we were all very excited to witness the result of what we had been living and discussig in the previous days.

Balbi and Harvey decided to begin the performance outside the theatrer. The castle walls, the cold wind, the candles on the grounds, made the story of Rea, Romolo and Remo’s mother, raped and murdered, even more dramatic. From the theatre’s half-closed doors came a distorted sound, not exactly a music: a lament. Davide Bardi’s electirc guitar provided Balbi’s and Harvey’s words of an underworld atmosphere that well suited their story.

The performers then entered the theatre, audience following them. This is where Lucrece’s drama ufolded. The air became thick. The intensity was so high the people in the audinece almost did not dare to breath.

Fragments of Shakespeare’s text were embedded in the telling of the two performers from the beginning. These elements increased more and more, exploding in an emotional scene which is performed using the original words from the text and which feels like a dance with Death and Despair and Pain, its impact enhanced by the Bard’s rhythm.

“Angerona” was completely different from everything that I saw that day. Something Balbi and Harvey crafted with maniacal attention to details. They worked on the text but also on themselves as performers, in order to make their bodies not only resonate with the words but be the words themselves.

 


Serena Zampolli

1 COMMENT
  • Beyond the Border – Giorno 3 – Serena Zampolli
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    […] il primo spettacolo a cui ho assistito è stato quello di Clare Murphy e Tim Ralphs alle 13. Ho già tessuto le lodi di Tim Ralphs, ora è il momento di concentrarsi su […]

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